SPORT E DEMOCRAZIA – LE RADICI COMPETITIVE DEL CONFRONTO POLITICOdi Siro Palladino

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SPORT E DEMOCRAZIA – LE RADICI COMPETITIVE DEL CONFRONTO POLITICOdi Siro Palladino

L’Accademia Nazionale di Scherma di Napoli, rinnovando il suo appuntamento con la tradizione, secondo una consuetudine ormai consolidata ha concluso gli appuntamenti della stagione agonistica con un interessante convegno di studi. Presso l’incantevole cornice dell’hotel Gli Dei di Pozzuoli, la tavola rotonda su Sport e Democrazia – Le radici competitive del confronto politico si è sviluppata attraverso gli interventi di ospiti d’eccezione.

Napoli – A fare gli onori di casa il presidente dell’Accademia Nazionale di Scherma, Marco Romano. In rappresentanza della Federazione erano presenti il consigliere FIS Luigi Campofreda e numerosi presidenti dei diversi Comitati Regionali, come il presidente del C.R. Lazio Vincenzo De Bartolomeo, il delegato del C.R. Basilicata Luciano Di Ruvo e il presidente del Comitato Regionale pugliese Renato Martino. C’erano inoltre numerosissimi maestri di scherma e presidenti di società provenienti da svariate regioni d’Italia.

A coordinare ed introdurre gli interventi, il segretario dell’Accademia Nazionale di Scherma Maurizio Fumo: «Democrazia e sport – ha detto Fumo – hanno diversi punti di contatto: entrambi sono caratterizzati da momenti di competizione, di lotta e di selezione, ma entrambi presentano le medesime difficoltà. Sport e democrazia vivono attraverso un confronto continuo, uno scontro a volte anche aspro che implica dunque una selezione in cui sono i più dotati ad andare avanti. Nello sport, che vive su regole preesistenti, è però più difficile condizionare i meccanismi di selezione attraverso metodi criminosi poiché lo sport sottende una funzione auto-educativa».

A testimonianza di come lo sport, salvo poche eccezioni, riesca ad attenersi al sistema di regole che si è dato, lasciando che siano i più capaci ad emergere, il prof. Paolo Cutolo ha ricordato la figura di Jesse Owens, mattatore delle Olimpiadi del 1936 a Berlino: lui, atleta di colore, divenne l’uomo simbolo dei Giochi Olimpici proprio in casa del Terzo Reich che sosteneva la pretesa supremazia della razza ariana sulle altre.

Lo sport, in altri termini, rappresenta il luogo per eccellenza ove si va avanti per propri meriti e non per raccomandazioni, l’ultimo avamposto ove la meritocrazia ha ancora un valore reale.

Maurizio Laudi, magistrato e giudice sportivo della Lega Nazionale Professionisti di calcio, ha rilevato come i comportamenti degli atleti italiani siano diversi nell’ambito delle gare nazionali e degli eventi internazionali: «In Italia – ha affermato Laudi – non c’è gara che non sia oggetto di proteste e a volte anche di sceneggiate, mentre in ambito internazionale quegli stessi atleti hanno una condotta sostanzialmente differente, più misurato, forse perché certi atteggiamenti non hanno diritto di cittadinanza in un consesso internazionale e prevedono sanzioni molto più dure di quelle che vengono comminate in Italia. Il nostro Paese, peraltro, è quello che dà più spazio a ricorsi e controricorsi in ambito sportivo, soprattutto calcistico. Servirebbe un tavolo di norme condivise che parta dal rispetto dell’avversario, interlocutore con cui ci si confronta con lealtà, non un nemico da abbattere. È importante inoltre ricordare che non ogni mezzo per vincere è lecito: e qui ogni riferimento alla piaga del doping non è affatto casuale ma fortemente voluto».

Particolarmente atteso l’intervento del giornalista Oliviero Beha, lo Zorro di una nota trasmissione radiofonica: fedele al suo cliché, Beha ha dato vita ad un intervento scoppiettante spaziando, grazie al tema del dibattito, dalla politica al costume (o malcostume?) fino allo sport. Un j’accuse che Beha, vestendo i panni del defensor civis, ha condotto piazzando numerose stoccate vincenti.

«In Italia – ha dichiarato il noto giornalista – di democrazia ce n’è poca e malintesa; nello sport non ce n’è quasi per niente. La stampa sportiva ha le sue colpe perché avrebbe potuto spendersi diversamente per creare una mentalità autenticamente sportiva. Un esempio? Il patto scellerato per poter organizzare i Campionati Europei di calcio del 2012: ai tempi di Italia ’90 andavano di moda gli stadi faraonici, ora invece il trend è per gli stadi piccoli e accoglienti. Nel 1990 nessuno spese una parola per impedire lo scempio architettonico della copertura dello Stadio Olimpico, che ha impedito di godere della visuale che andava dalla Tribuna Montemario al Tevere. È legittimo chiedersi quando avremo, nel calcio, una classe dirigente così migliorata da poter fare le cose per bene anziché rimanere incollata ad una ignobile greppia».

Molto interessante anche l’intervento di Gianni Rivera, grande campione del calcio azzurro ed oggi europarlamentare. Con le sue parole l’ex Golden Boy ha ricordato la figura di Giulio Onesti, presidente del CONI che ebbe il merito di risollevare le sorti dello sport italiano dopo la seconda guerra mondiale sottraendolo al controllo da parte della politica attraverso i proventi del Totocalcio. Un’intuizione che ha portato ad un lungo periodo di benessere, purtroppo terminato da quando gli italiani hanno abbandonato la cara vecchia schedina. Una crisi economica diffusa ma della quale solo alcuni, ha rilevato Rivera, hanno pagato le conseguenze mentre altri l’hanno passata liscia. «Ma lo sport – ha aggiunto Rivera – è importante per almeno tre ordini di motivi: perché giova alla salute, perché insegna a stare insieme e perché implica il rispetto dell’avversario. Purtroppo però in Italia siamo più tifosi che sportivi: bisognerebbe ripartire dalla pratica dello sport nelle scuole per tornare al senso più vero dell’attività sportiva. Nello sport, inoltre, oggi c’è sempre meno spazio per i dirigenti sportivi e sempre più per i manager: la cultura materialista è malauguratamente arrivata anche nello sport. Sarebbe utile anche costituire una federazione indipendente dei giudici di gara, così come esiste una federazione autonoma per i medici sportivi, affinché anche gli arbitri siano più tutelati». Una proposta su cui riflettere.

Giancarlo Toran, presidente dell’Associazione Italiana Maestri di Scherma, ha presentato con un forbito excursus storico la storia della scherma attraverso i secoli, introducendo idealmente le esibizioni organizzate dall’Accademia Nazionale di Scherma: il maestro Aldo Cuomo ha allestito una efficace ricostruzione di un duello del XV secolo, mentre a seguire lo stesso Cuomo e il maestro Alberto Coltorti, in collaborazione con i loro allievi, hanno introdotto una lezione di fioretto, una di spada ed una di sciabola.

A margine dei lavori, questo il commento del presidente del Comitato regionale pugliese della FIS, Renato Martino: «Questo convegno ha offerto lo spunto per interessanti riflessioni sul parallelismo tra sport e democrazia. Dallo spirito sportivo è infatti possibile tracciare le linee guida per la felice coesistenza in un consesso civile. In realtà però nello sport, rispetto ad altri contesti, si emerge solo ed esclusivamente per le proprie doti. Ciò presuppone un passaggio conseguente, di cui in Puglia abbiamo avuto un esempio lampante con la presenza di un campione come Aldo Montano in occasione degli Assoluti di sciabola: stiamo parlando di un campione olimpico, di colui che rappresenta al massimo livello la scherma italiana, ma abbiamo avuto prova della sua grandissima disponibilità. Si è messo a disposizione della Federazione, è stato di una cortesia estrema con i fans e con la stampa, lontano dagli stereotipi del divismo. Pur essendo a pieno titolo un Vip, si è rivelato un ragazzo cordiale e alla mano con tutti, una persona disponibile e simpatica che ha dimostrato di essere un campione dentro e fuori dalle pedane. Non dimentichiamo la dimensione etica della scherma, sport cavalleresco per definizione: i nostri atleti si allenano, fanno sacrifici e gareggiano per il gusto di salire sul podio, non per cercare ingaggi miliardari. Esistono inoltre delle regole protocollari ben precise che si fondano essenzialmente sul rispetto e la legittimazione dell’avversario. Una lezione sulla quale il mondo della politica farebbe bene a riflettere».

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