
La prima volta che vidi Wladimiro fu nel 1959.
Il maestro Kevej, con il quale avevo iniziato la pratica della scherma da appena tre mesi, aveva deciso la mia partecipazione al Trofeo Luxardo a Padova (allora alla sua terza edizione, riservata ai soli italiani), dove venni eliminato al secondo turno ma rimasi ad assistere tutta la gara, finale compresa che vide in pedana Luigi Narduzzi, supportato dal tifo dei suoi padovani oltreché dalla sua indiscussa classe, affrontare Vladimiro Calarese, mancino che mi parve dal grande temperamento e che risultò alla fine vincitore.
Venne poi a Torino, per le Universiadi che si tennero quell’anno nella nostra città, dove vinse l’individuale superando in finale Ochyra e Ramez, finendo secondo a squadre (con Benvenuti, Ravagnan, Vecchione, Picchi e Resse) dietro l’Ungheria.
Dopo le vicende successive ai Campionati del Mondo di Budapest del 1959, che spaccarono la Federazione tra quanti erano a favore del deposto Presidente Bertolaja e quanti appoggiarono il triumvirato Nostini-Mangiarotti-Daré, Vladimiro era venuto con la famiglia a Torino per lavorare presso il Consolato degli Stati Uniti e per prepararsi per le Olimpiadi romane del 1960.
E da allora il mio percorso schermistico è rimasto per molti anni strettamente connesso con quello di Vladimiro, rinforzato da una profonda amicizia. Potrei quindi raccontare innumerevoli episodi ed aneddoti di quegli anni per me indimenticabili.
Abbiamo partecipato insieme alle Olimpiadi del 1964 (Tokyo) e 1968 (Città del Messico) ed ai Campionati del Mondo degli anni 1961 (Torino), 1962 (Buenos Aires), 1963 (Danzica), 1965 (Parigi), 1966 (Mosca), 1967 (Montreal), 1969 (La Avana).
Abbiamo gioito insieme dei grandi successi e sofferto per le grandi delusioni.
Cito per i primi, la soddisfazione di aver eliminato l’imbattibile Ungheria dalle finali olimpiche di Tokyo e Città del Messico, e, per le seconde, la bruciante sconfitta in finale contro la Unione Sovietica nel 1965 a Parigi, quando sull’8-6 per l’Italia ed io in pedana per il mio ultimo incontro contro Mavlikhanov ed in vantaggio 4-0 (al punto che i sovietici avevano già messo le armi nelle sacche, non avendo perso alcun assalto sino a quell’ultimo incontro) venni rimontato e sconfitto 5-4 con grande disperazione di Vladimiro.
Anche in anni recenti Vladimiro mi ha ricordato quell’ 8-6 e 4-0, specie perché nonostante la sua qualità schermistica e l’incredibile energia non ebbe mai la gioia di salire sul più alto gradino di un podio olimpico o mondiale.
A Torino abitò sino al 1967, in un appartamento che aveva affittato dai miei genitori, da dove si trasferì negli Stati Uniti, vincitore di una borsa di studio che – ottenuta per le sue doti sportive – seppe onorare ottenendo la laurea a pieni voti in ingegneria aeronautica ed astronautica che gli aprì le porte della NASA.
Venne in Italia per gli allenamenti collegiali preparatori per le Olimpiadi del Messico che si svolsero a Cervinia, quando ci presentò la sua consorte americana, Barbara Mastroianni, ed il figlioletto Gino (prematuramente scomparso per una polmonite folgorante a Londra a vent’anni).
A Cervinia, come sempre, ricomponemmo l’abituale spirito di squadra che coinvolse le matricole Maffei e Rigoli, e che ci portava naturalmente ad apprezzare le lezioni di ognuno dei grandi Maestri presenti, Perone, Kevej, Pignotti, Bini, convinti di ricevere da ciascuno di essi un grande contributo tecnico e di esperienza.
Uscì dalla nazionale nel 1970 ma non fece mancare la sua presenza agli ultimi allenamenti a Monaco di Baviera nel 1972, mettendosi in pedana, in borghese, e riuscendo comunque a contrastarci efficacemente.
Dopo allora è venuto in Italia in rare occasioni per lo più familiari e ci siamo incontrati a Torino con Barbara e la figlia Mia dopo la morte di Gino, dove era di passaggio per una conferenza sulla fluidodinamica aerospaziale che teneva a Venezia.
Ritornò poi nel 1993 a Padova per partecipare (e vincere) la Coppa del Santo, il master che viene organizzato dai seniores della sciabola, e nel 2001 a Bologna per la stessa occasione, senza potervi prendere parte per i problemi di cuore che nel frattempo erano emersi.
Non potè invece essere presente alla Coppa del Santo programmata per il 2003 perché vittima di un grave ictus dal quale uscì fortemente compromesso nel fisico.
L’ultima volta che ho visto Vladimiro è stato il 24 marzo di quest’anno, a Roma, dove aveva voluto venire, sia pure parzialmente impedito nei movimenti. Michele Maffei ed io siamo stati a pranzo con lui in un ristorante romano ed abbiamo rinnovato i più significativi momenti vissuti insieme.
Un nuovo ictus l’ha colpito al rientro negli USA ed ora ha raggiunto l’amatissimo figlio Gino ed i Maestri e Compagni di pedana che l’hanno preceduto, da Roberto Ferrari a Luigi Narduzzi, da Athos Perone a Janos Kevej, Ugo Pignotti ed altri ancora.












