
Roma – Pubblichiamo con piacere alcune relazioni e interventi svolti in occasione del convegno tenuto nel maggio scorso a Rimini in occasione dell’ultima edizione del Gran Premio Giovanissimi. Il tema del convegno era “Il bambino e la scherma, uno sport per la vita”
LA RELAZIONE DI GIANCARLO TORAN (Presidente dell’AIMS)
Sono grato alla Fis per l’invito a questo convegno indetto in onore del nuovo sponsor del GPG: uno sponsor, Montepaschivita, con alle spalle una banca di antichissime tradizioni; il che ci consente di affermare una certa qual affinità fra due tradizioni consolidate, che spero continuino a viaggiare affiancate anche in futuro.
Stretto fra tecnici della materia, lo psichiatra e lo psicologo, non oso addentrarmi in argomenti che loro sapranno certo sviluppare meglio di me. Mi rifarò, quindi, principalmente alle mie esperienze, dopo oltre 35 anni di pedana.
Sono un tecnico della scherma, e questo fa di me, volente o nolente, un educatore, in quanto punto di riferimento per tanti giovani e giovanissimi che frequentano la palestra in cui opero.
In quanto naturalista sono avvezzo, per formazione accademica, ad un metodo di indagine che ho portato anche nella mia attività successiva, l’insegnamento della scherma: un’attività eminentemente pratica, empirica, che però è giustamente ancor oggi impregnata del suo definirsi “arte e scienza”. La teoria, pur presente e necessaria, trova forza sempre nell’esperienza e nella pratica quotidiana. Quando troppo se ne discosta, è la seconda che finisce col prevalere. Al contrario di molti, coltivo dubbi, piuttosto che certezze, e cerco di rimettermi in discussione ogni giorno. Ma, come mi ha insegnato la scherma, i dubbi non devono portare alla paralisi, bensì alle decisioni ponderate e responsabili, a volte fulminee.
Questo è vero in pedana, e ancor più in quella pedana metaforica che è la vita. E, nella vita del Maestro di scherma, a contatto con i giovani, e corresponsabile della loro crescita, il dubbio e il rimettersi in gioco accompagnano, devono accompagnare un processo di crescita che non è solo dell’allievo: anche il Maestro cresce con lui, in modo meno appariscente ma altrettanto determinante.
Sono arrivato alla scherma per puro caso, ad un’età in cui molti smettono. Ho aperto quasi per caso la porta della palestra del Cus Napoli, dove il Maestro Vittorio Bassetti insegnava agli universitari. Ero spinto dalla curiosità per uno sport mai visto prima, e dal desiderio di rimettere in sesto un braccio, il destro, rimasto fermo a lungo per i postumi di una frattura alla clavicola, ripetutasi due volte di seguito, mentre praticavo lo Judo.
Ho aperto la porta, dicevo, e non ho abbandonato più questo sport, che mi ha affascinato non solo perché, come quello che già praticavo, dava sfogo al mio giovanile desiderio di misurarmi e competere, alla voglia di riuscire e migliorarmi: ma soprattutto per il primato, che potevo verificare, dell’intelligenza sulla forza, del tempo e della misura sulla velocità, della tattica sulla tecnica.
La scherma soddisfaceva il mio individualismo, e mi costringeva ad un’autodisciplina e un autocontrollo che mi erano congeniali; pur portandomi a comprendere che non è possibile il successo senza attenzione all’interazione con tutti coloro che lo rendevano possibile, tecnici, compagni di allenamento, società, arbitri.
Dopo pochi anni di rapidi progressi e di buona attività schermistica, l’ingresso risolutivo nel Centro Sportivo dei Carabinieri. Tre anni volano in fretta e, finito il servizio militare, mi ritrovai a dover fare i conti con gli studi non terminati, e la cassa vuota: perché a pagarmi gli studi dovevo provvedere da solo. Decisi, così, di trasformare la passione in impegno lavorativo. Mi sposai, mi laureai, iniziai ad insegnare a scuola, dopo il trasferimento nella mia società attuale: la Pro Patria Scherma di Busto Arsizio, dove insegno ormai da 25 anni, dopo sei anni presso la Nedo Nadi di Salerno.
Poi, non sentendomi soddisfatto per la doppia attività, presi la folle decisione di lasciare la scuola, quando avevo già in tasca la nomina annuale per l’insegnamento di matematica e scienze nelle medie. Mi hanno dato tante volte del matto, per questo, ma non ho mai rimpianto quella decisione: un colpo di sciabola, un taglio netto, una scelta di cuore, prima che di testa.
Come coloro che davano fuoco alle navi, per non avere la tentazione di tornare indietro, mi sono tuffato nella mia passione, innamorato della scherma.
Mi ero già reso conto che, per crescere tecnicamente, per dare di più agli allievi, dovevo fare attenzione prima di tutto alle mie emozioni. L’allievo si riflette nel Maestro a fondo pedana. Se il Maestro è agitato, l’allievo ne risente. Un episodio fu per me illuminante: a Salerno, un mio allievo, per la prima volta (la mia prima volta), poteva conquistare la terza (!) categoria, mettendo l’ultima botta ed entrando fra i primi 32. Dal dieci pari, un doppio dopo l’altro, si arrivò fino al 19 pari. Mi sembrava di avere la febbre, ero anch’io in pedana. L’arbitro rimise in guardia gli atleti: “pronti?” chiese. “A voi!”. Ma non fu lui a dirlo. Fortissimo e incontrollato, l’urlo era uscito dalla mia bocca. Tutti si voltarono a guardarmi. Anch’io, dal di dentro. E capii. E vedo, tutti i giorni, che molti fanno fatica a capire: l’allievo, quando si volta verso di noi, deve trovarci forti e calmi. Vuole sicurezza, e dobbiamo essere in grado di dargliela. E non possiamo dare quel che non abbiamo conquistato per noi stessi. Una conquista che dura tutta la vita.
Ma poi, col tempo, ho compreso anche tante altre cose. Perché l’allievo possa raggiungere traguardi sempre maggiori, la tecnica non basta. Occorre occuparsi dei rapporti con gli altri: i dirigenti, gli atleti bravi e meno bravi, gli arbitri, i genitori, la Federazione… bisogna conoscere un intero mondo, rapportarsi con esso, ingoiare a volte rospi amarissimi e indigesti.
Mi soffermo un attimo sul rapporto non sempre facilissimo con i genitori. Può capitare che non ci sia identità di vedute, tra Maestro e genitori, sulla cosa migliore da fare, per far crescere i figli, intendo schermisticamente (e non è poco…). Va da sé che è una cosa delicatissima, da trattare con il massimo rispetto verso coloro che sono i depositari del diritto/dovere di educare i propri figli. Ma può capitare di notare che, a volte, un genitore non si renda conto di limitare la crescita, di bloccare la fiducia, di vanificare con una frase un paziente lavoro fatto in palestra. E che non accetti interferenze col suo metodo educativo, che a noi può apparire diseducativo. Non esistono, in proposito, soluzioni preconfezionate. Solo la sensibilità e l’esperienza di ciascuno possono suggerire la via giusta. E talvolta si fallisce, con grande sofferenza. E si deve accettarlo.
Il legame che si stringe negli anni tra Maestro e allievo può essere fortissimo. Quante volte mi è capitato di sentirmi dire, inavvertitamente: papà. Qualche volta, anche volutamente: sei il mio secondo papà. Qualche altra volta, vi farò sorridere: mamma. Si condividono tante emozioni, in palestra e in gara… Voglio raccontarvene solo due.
La prima: Daniele Crosta, lo psicologo che è qui alla mia sinistra, ha lavorato con me per vent’anni. Ricordo ancora, come fosse ieri, l’ultima lezione che gli ho dato. La difficoltà iniziale di concentrarmi, perché ero perfettamente consapevole del fatto che quella sarebbe stata l’ultima volta: il giorno dopo partiva per gli allenamenti collegiali e poi le Olimpiadi di Sydney, dove avrebbe vinto una medaglia. E poi avrebbe smesso. Vent’anni di lezioni, e quella era l’ultima…
La seconda: dopo anni che non capitava più, ho accompagnato a cena i bimbi più piccoli, dopo una gara andata bene. Entusiasmo, discorsi piacevoli con i genitori, poi, alla fine, uno di loro si ricorda che io so fare gli origami: quei modellini di animali, fiori, oggetti ottenuti piegando un pezzo di carta. Una cosa che affascina i bimbi, dopo aver affascinato anche me, tanti anni fa. Da un gioco si passa all’altro, mi pare di tornare indietro negli anni. Tutti ricevono un ricordino da portare via, quando ad un tratto la piccola Deborah, argento tra le bambine poche ore prima, sempre timida e schiva con me in palestra, mi si avvicina, mi abbraccia, mi deposita un bacione sulla guancia e mi dice, guardandomi negli occhi e sorridendomi: “E’ bello fare le gare con te!”.
Cosa potevo chiedere di più? Grazie, Deborah!
LA RELAZIONE DI DANIELE CROSTA (psicologo e consigliere federale)
“Fare sport fa bene alla salute!”
Fortunatamente, oggi, affermazioni come questa appaiono ormai scontate. I benefici sul piano fisico non sono soltanto riconosciuti dalla medicina ma anche e soprattutto da coloro praticano un’attività sportiva costante e adeguata all’età. Negli ultimi venti anni è andata sempre più affermandosi una profonda cultura attiva di sport: non più solo spettatori o praticanti saltuari, ma sportivi assidui e costanti. Sono nati numerosissimi centri sportivi e palestre di fitness e l’offerta globale si è arricchita di nuove attività. Parallelamente si sono sviluppate fiorenti imprese nazionali e multinazionali che commercializzano attrezzature, abbigliamento e accessori sportivi.
Malgrado questo boom e l’accresciuto livello di consapevolezza della popolazione a tutte le età, non è oggi altrettanto scontato affermare l’importanza che lo sport riveste anche sul piano psicologico e sociale, soprattutto per bambini e pre-adolescenti.
Lo sport rappresenta infatti un’occasione preziosa, uno strumento fondamentale per facilitare uno sviluppo psicologico sano. Sotto questo aspetto, la scherma rappresenta una specialità molto ricca e completa. Quale sport di confronto, esalta non soltanto le capacità fisiche e tecniche degli atleti, ma soprattutto la loro abilità cognitive ed emotive.
Sotto l’aspetto cognitivo, sviluppa la capacità di affrontare autonomamente i problemi che l’assalto presenta, nonché la capacità di prendere decisioni in modo indipendente e di assumersene direttamente la responsabilità. Facilita una maggior consapevolezza delle proprie capacità, rinforzando il senso di efficacia personale e di sicurezza in sé stessi.
Sotto l’aspetto emotivo, essendo uno sport fortemente regolamentato, stimola la capacità di controllo delle proprie emozioni, soprattutto quelle disfunzionali al raggiungimento dell’obiettivo desiderato. Ad esempio permette di convogliare l’aggressività in forme sane di agonismo e grinta; abitua costantemente ad affrontare e gestire la naturale ansia da prestazione che, soprattutto gli sport di opposizione attivano.
Pur essendo uno sport essenzialmente individuale (in pedana si è soli), si pratica all’interno di palestre e sale d’armi, favorendo la socializzazione, il confronto ed il dialogo tra gruppi di età e sesso diversi, il tutto in ambiente protetto.
Non ultimo, deve essere considerato il ruolo del maestro di scherma e la natura peculiare del rapporto diadico che tende ad instaurarsi con l’atleta. Tale rapporto nasce da una frequentazione spesso quotidiana, tale per cui il maestro di scherma diventa una delle principali figure adulte che, dopo i genitori, si relazionano con il ragazzo, costituendo spesso un esempio ed un punto di riferimento.
È’ questo un fatto che investe il maestro di scherma di una grande responsabilità educativa e pedagogica ed investe anche la Federazione della responsabilità di garantire a tutti, giovani atleti e genitori, la presenza in ciascuna palestra di un professionista adeguatamente preparato, non solo sotto l’aspetto tecnico, ma anche sotto l’aspetto pedagogico e psicologico. Deve perciò essere data la massima attenzione alla continua formazione dei tecnici a tutti i livelli, partendo dai più giovani istruttori regionali e nazionali, ricchi di passione per questo sport e di voglia di imparare, ma spesso privi di sufficienti competenze e delle necessarie occasioni per svilupparle. Per tutti noi dirigenti federali e di società, non è soltanto un dovere istituzionale. È anche una grande opportunità.
L’INTERVENTO DI GIOVANNI LODETTI (Direttore Scientifico Ass. Internaz. di Psicologia e Psicoanalisi dello Sport)
Nel ringraziare il Presidente della Federazione Italiana Scherma per l’invito a questo Congresso, illustrerò nel mio intervento quelli che possono essere considerati alcuni dei traguardi raggiunti nello studio della psicologia clinica applicata alla scherma, per lo sviluppo di una disciplina orientata al vissuto dell’individuo che si avvicina a questa nobile arte.
Gli strumenti clinici usati sono stati sottoposti ad un accurato esame epistemologico da parte dell’Associazione Internazionale di Psicologia e Psicoanalisi dello sport di cui ho l’onore di portare avanti la DirezioneScientifica, per rafforzare quell’impianto considerato da sempre debole per
una metascienza come la psicologia e studiarne, dai dati ottenuti con serenità le eventuali applicazioni sul territorio.
Questo nell’ottica di offrire dei prodotti progettuali adeguati alle esigenze e alle richieste dei giovani atleti coinvolti.
Da quindici anni e più ,gli studi da noi promossi hanno messo in evidenza come dati ormai acquisiti che il corretto approccio alla scherma migliora:
– La crescita della presa di coscienza delle regole comportamentali (giochi di regole)
– La crescita della socializzazione a livello interpersonale ed un aumento della crescita e dell’attenzione
– La crescita della formazione del proprio Io ( sviluppo della personalità)
– La diminuzione dello stato di aggressività nei casi eccessivi.
In questo ultimo punto un nostro recente studio ha messo in evidenza come la pratica schermistica affiancata ad accurate metodologie di approccio clinico applicate, possano nei casi relativi riguardanti disturbi da deficit di attenzione con iperattività offrire diminuzioni
sensibili degli indicatori di comportamento disturbante. Inoltre in altri precedenti studi si era messo in evidenza come nei comportamenti di giovani soggetti con cattiva elaborazione dell’auto ed
etero aggressività, la stessa sia stata diretta, nei setting trattati con le regole delle disciplina schermistica su aspetti comportamentali condivisi dal gruppo, con un notevole abbattimento dei fenomeni anche di bullismo.
Questi sono alcuni esempi che servono come indicatori di una potenzialità terapeutica alta, chiarendo comunque che i risultati ottenuti in questo contesto sono applicazioni operate da team clinici con grande dimestichezza ai casi e con formazione adeguata che coniuga diverse competenze ed abilità; oltremodo testimoniate da altri lavori che interessano sia la sfera emotiva che relazionale, riferiti a studi sull’influenza della nostra disciplina sportiva sulla corretta elaborazione del proprio Se corporeo e sul suo sviluppo.
Auspico che incontri di questo genere siano sempre piu’ frequenti nel contesto di una disciplina come la nostra ed invito la Federazione ad allargare sempre piu’ la base di ascolto ai colleghi che si occupano di psicologia applicata alla scherma per un proficuo scambio di opinioni.












