
Roma – È morto martedì a Varsavia Jerzy Pawlowski, uno dei più grandi sciabolatori di tutti i tempi. Era nato l’8 aprile 1932. Medaglia d’oro individuale alle Olimpiadi di Città del Messico 1968, nel suo incredibile palmarès Pawlowski poteva vantare altri quattro podi ai Giochi (argento individuale e a squadre nel 1956, argento a squadre nel 1960, bronzo a squadre nel 1964), oltre a un’impressionante serie di titoli mondiali individuali (1957, 1965 e 1966) e a squadre (1959, 1961, 1962 e 1963), per non contare gli argenti e i bronzi (otto in totale tra il 1955 e il 1972 solo nelle gare individuali).
Insomma, un campionissimo. Che per i polacchi era un idolo assoluto. E che per il regime comunista che all’epoca dominava la Polonia era un fiore all’occhiello. Laureato in legge, colonnello dell’Esercito, grazie ai suoi successi sportivi poteva permettersi un tenore di vita che pochissimi suoi connazionali potevano anche solo immaginare.
Nel 1975, però, la sua vita conobbe una svolta dolorosissima. Accusato dal regime polacco di spionaggio a favore di un paese della NATO, reato gravissimo in tempo di Guerra Fredda, a seguito di un processo a porte chiuse Pawlowski fu condannato, nel giorno del suo compleanno, a 25 anni di prigione, alla perdita dei diritti civili e alla confisca dei beni. Tra i quali, quasi per beffa, figuravano anche tutte le medaglie conquistate nel corso della sua carriera.
Nelle galere polacche il grande sciabolatore passò più di dieci anni. Nel 1985 la Polonia raggiunse infatti un accordo con gli Stati Uniti per uno scambio di prigionieri: da una parte Pawlowski, dall’altra una spia sovietica detenuta in America. Ma proprio quando la via dell’Occidente e della completa libertà erano a portata di mano, Pawlowski decise di non abbandonare il suo paese e, a rischio di tornare in prigione, a Berlino, a due passi dal confine, rifiutò il trasferimento in Germania Ovest. Per sua fortuna, il regime polacco, che sarebbe caduto di lì a pochi anni, non lo rimise in galera.












